
Il prefabbricato trasformato in un carcere poteva ospitare fino a un massimo di venti detenuti. Senza reclusi, i 15 poliziotti penitenziari si preoccupano di assistere animali in difficoltà.
Nel controverso progetto italiano in Albania, voluto dal governo Meloni per gestire i migranti fuori dai confini nazionali, è stato costruito anche un carcere da 20 posti, destinato ai migranti che avessero commesso reati nelle strutture italiane sul territorio albanese. Attualmente, però, il carcere è vuoto: gli unici ospiti sono i cani randagi di Gjadër, accuditi dagli operatori.
Nonostante siano stati spesi oltre 60 milioni di euro per il carcere, il centro di permanenza e quello per i rimpatri, il progetto – che doveva arginare l’immigrazione irregolare – ha solo prolungato la permanenza dei migranti in condizioni incerte.
Presidiato da 15 agenti della penitenziaria, un terzo del contingente iniziale, il carcere simboleggia l’inutilità e lo spreco di una struttura oggi abitata solo da animali. Un’immagine che contrasta con la narrativa governativa, che continua a presentare l’iniziativa come un modello efficace, in attesa del giudizio della Corte di giustizia dell’UE.



